Mostra “Costruire il Novecento”: intervista alla collezionista

Due volte al mese, a Palazzo Fava, c’è una guida d’eccezione che ci accompagna alla scoperta della mostra Costruire il Novecento (fino al 25 giungo) e ci racconta una delle collezioni più significative del ‘900 italiano, da un punto di vista assolutamente personale.
Cristiana Curti è la nipote di Augusto e Francesca Giovanardi, è cresciuta a stretto contatto con le opere della Collezione Giovanardi e, quando stava con i nonni, dormiva nella “stanza dei Licini”.

Una grande passione per l’arte unita a una storia di famiglia, in un’epoca in cui si desiderava costruire e la cultura rappresentava anche impegno sociale: quello straordinario momento storico in cui imprenditori e importanti personalità della società italiana aprirono i loro interessi all’arte e alla cultura, con fini di passione personale, sì, ma anche sociali ed etici.

Una testimonianza rara che Cristina ci racconta in un’intervista rilasciata a Silvia Evangelisti, storica dell’arte e curatrice della mostra, e che ripotiamo in parte.

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Cristina Curti e Silvia Evangelisti – Conferenza stampa a Palazzo Fava

Silvia Evangelisti: Cosa ha significato per le figlie vivere sin dall’infanzia a così stretto contatto con opere d’arte, che piano piano si impossessavano dei muri, fino a coprirli interamente dal pavimento al soffitto. Come vivevano questo straordinario “gioco” dei loro genitori, che le coinvolgevano nei loro pellegrinaggi di mostra in mostra, di museo in museo, di galleria in galleria, per l’Europa intera?

Cristina Curti: Per me, che spesso ero in casa dei Nonni, poiché abitavo nel palazzo a fianco, rappresentò inizialmente una crescita del tutto inconsapevole nella bellezza. Un’abitudine alle cose dell’arte che in pochi credo abbiano ricevuto secondo una regola sempre divertita e, per così dire, leggera, ma mai superficiale.
Non c’era alcuna “ansia da prestazione”, per quello che io ricordi, nella consuetudine all’arte e agli artisti da parte dei Nonni. Piuttosto uno stile di vita che non poteva rinunciare mai ad apprendere e che accomunava con straordinaria semplicità, coerenza e fluidità l’essere impegnati in obiettivi e opere d’importanza nazionale (il Nonno era un grande igienista e si può certamente dire avesse fondato una scuola e una grande palestra intellettuale dirigendo l’Istituto d’Igiene di Milano fra gli anni ’60 ed ’80 del secolo scorso) e – senza soluzione di continuità – viaggiare, studiare culture diverse, ascoltare musica e dedicarsi alla ricerca dell’opera d’arte perfetta.
L’enorme, immensa, monumentale quantità di appunti, note, fotografie, ritagli e poi dispense, libri, riviste su qualsiasi argomento storico artistico avesse un valore, una rilevanza, un aggancio con un souvenir già incontrato durante i moltissimi viaggi dei Nonni è stata ed è per me una fonte costante di scoperte. Il nostro archivio e la nostra biblioteca credo abbiano pochi uguali in Italia, fra i “privati” cultori degli studi umanistici e artistici.
Viaggiando con i Nonni, noi nipoti (i miei cugini, Luca e Maddalena, e io) sperimentavamo il raro beneficio di arrivare in lande lontanissime ma già da loro frequentate e quindi già studiate e analizzate a fondo prima del nostro viaggio. Non era raro avere consigli singolari dalla Nonna come quando molti anni fa, attraversando insieme in modo campale le provincie socialiste sovietiche orientali, fu lei a suggerirci il tragitto più interessante per raggiungere dall’albergo la “medersa” (la madrasa) di Bukhara, dove era già stata molto tempo prima.
Arte, storia e società vivevano di un connubio inscindibile; studiarle con impegno e passione non era un dovere, ma una necessità precipua come respirare. L’arte e lo studio dell’arte (mai presuntuoso, sempre intimo e personale, se pure colto) facevano parte di un modello di vita che non lasciava spazio all’improvvisazione ma ne lasciava infinito all’entusiasmo.
Apprendere che l’arte e la consuetudine ad essa è questione fondamentale per diventare un essere umano degno di questo nome, per me – anche se in seconda battuta –, è stata cosa altrettanto naturale che crescere.
La collezione dei Nonni era questione complessa e sconosciuta, dai contorni nebulosi a cui sono stata abituata sin da quando mi resi conto di dormire nella stanza dei Licini (letteralmente tappezzati i muri di Amalasunte e Angeli ribelli, fra i pochissimi mobili), ma la vera consapevolezza del grande valore storico e umano che essa aveva è arrivata negli ultimi anni di amministrazione delle opere da parte del Nonno e, soprattutto, quando capii che mia Zia e mia Madre avevano in mente di edificare un ricordo dei loro genitori che rimanesse incancellabile per noi come per il nostro Paese.
Ho “subito”, se si può subire un privilegio raro.
Solo da qualche tempo comprendo che il privilegio è diventato un (piacevole, coinvolgente) dovere.

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Amalasunta con trombetta, Osvaldo Licini

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