“Perché Max Klinger”. Parla la curatrice

In occasione della mostra Max Klinger. L’inconscio della realtà, fino al 11 gennaio 2015 a Palazzo Fava, pubblichiamo parte del testo introduttivo al catalogo, firmato dalla neuropsichiatra e curatrice dell’esposizione Paola Giovanardi Rossi che, nel 2011, ha donato in comodato alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna l’intera sua collezione.

In riva al mare da Intermezzi Opus IV 1881 acquaforte e acquatinta

“In riva al mare”, 1881, acquaforte e acquatinta

Max Klinger: analista e ispiratore dell’arte europea tra Ottocento e Novecento
Paola Giovanardi Rossi

Perché Max Klinger
L’incontro con le opere di un artista non è mai casuale. In genere si sceglie quello che già si vuole anche se l’autore non è del tutto noto.
Circa vent’anni fa camminando nel centro di Bologna per via Altabella sono entrata nella omonima Galleria di arte grafica diretta dalla collezionista Regina Severi ove ho imparato a conoscere più approfonditamente, tra le varie opere di grafica esposte, quelle di Max Klinger.
Quasi contemporaneamente ho ritrovato le incisioni dello stesso autore presso la Galleria dell’Incisione di Brescia diretta dalla dottoressa Chiara Fasser.

La frequentazione abituale di questi luoghi ha rappresentato per me quel circuito privilegiato che si stabilisce fra artista, le sue opere, gallerista e collezionista che permette di costruire una raccolta nel tempo secondo il percorso mentale di colui che ricerca l’oggetto d’arte. Non vi è alcuna necessità di seguire consigli e orientamenti, la scelta avviene già a priori tra chi mostra e chi intuisce quello che dovrà continuare a chiedere.
Chi si muove nel mondo dell’arte lo fa a partire dalla struttura della propria personalità, dall’ambiente in cui vive, dal proprio patrimonio culturale, dal significato che attribuisce all’arte, alla “bellezza” e ai valori permanenti; di qui partono i propri intenti e gli obiettivi.

Cercare, trovare, acquisire provoca una grande felicità quando vengono soddisfatti i criteri del percorso. Così nascono le collezioni.

Sebbene conoscessi solo approssimativamente il lavoro di Max Klinger sono stata tuttavia colpita dalle sue opere singolarmente.
In un primo momento mi avevano impressionato la bellezza delle incisioni rese con grande capacità e raffinatezza grafica e dalla complessità e originalità delle composizioni.
In un secondo tempo mi sentivo spinta alla ricerca dei significati non sempre palesi o addirittura misteriosi delle immagini; alcune provocavano interrogazioni e inquietudine altre serenità ed elevazione spirituale. La varietà dei contenuti tra sogno e realtà era così incalzante da produrre meraviglia e riflessione. Talvolta le rappresentazioni sembravano quasi emettere suoni voluti dall’artista, che bisognava ascoltare e seguire in successione nello stesso foglio o nei fogli in sequenza dei racconti.
In accordo con la mia vita di studio e di lavoro di neuropsichiatra non potevo non procedere nella conoscenza di vicende dell’inconscio, del mondo onirico o di problematiche psicosociali che si articolavano nelle opere di Max Klinger tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Premetto che il mondo delle visioni, dei sogni e dei simboli in arte mi ha sempre interessato tanto che prima di Klinger avevo raccolto opere di pittori divisionisti e simbolisti francesi e italiani.
Di solito, istintivamente, non vado a cercare di primo acchito la grafica; prediligo infatti la pittura che sento in genere più vitale per la diretta attrazione del colore. Tuttavia l’uso del bulino da parte di Klinger provoca uno stimolo emozionale così intenso che i suoi messaggi diventano incancellabili.
Il bianco e il nero diventano essenziali per esprimere l’interiorità e le azioni dell’essere umano, come egli teorizza nel suo saggio Pittura e disegno del 1891.

In un terzo momento è divenuto quindi inevitabile entrare in possesso delle incisioni di Klinger e in particolare delle serie intere, per conoscere le relative motivazioni, il declinarsi del racconto, la modalità di espressione diretta o metaforica e il loro aggancio con il contesto delle arti visive di ieri e di oggi.
Klinger, si sa, non voleva spiegare molto delle sue incisioni, costringendo lo spettatore ad arrangiarsi con i propri strumenti di interpretazione; questo atteggiamento stimola la curiosità a ricercare le origini, i messaggi nascosti e gli obiettivi delle sue scritture. Quando si giunge a comprendere il percorso del suo pensiero, le sue opere continuano a muovere a interpretazioni variegate, non sempre risolutive.

Più facile capire che egli è stato un attento ascoltatore delle tendenze culturali, psicologiche e sociali del proprio secolo e che, dal presente, con lo sguardo rivolto al passato e al futuro, ha selezionato e ha previsto i futuri dettami stilistici delle arti visive in Europa.
Quando si avverte il suo modo di percepire e di esprimere la realtà si prova una felicità paragonabile a quella per l’incontro di una persona amica inaspettata.

È divenuto quindi inevitabile cercare di capire chi era questo artista dalla sua vita, dalla sua formazione e dalla sua cultura, ma in particolare dalla lettura delle sue opere.
Così nel tempo si è costituita questa raccolta dalla quale io stessa ho tratto molti insegnamenti e che considero non ancora conclusa.

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