Luisa Ferida: la tragica fine di una diva

osvaldo valenti e luisa ferida

30 aprile 1945, a Milano in via Poliziano, si odono degli spari.  Un prete scende in strada e trova due cadaveri. Al collo hanno entrambi un cartello che riporta esattamente la stessa frase, cambia solo il nome della vittima. Su quello che ha la donna è scritto: I partigiani della Pasubio hanno giustiziato Luisa Ferida. L’uomo è Osvaldo Valenti.
Erano compagni di vita e ora lo erano diventati anche nella morte. Ma chi erano? Due notissimi attori del cinema italiano, due veri e propri divi. E, allora, perché i partigiani li avevano fucilati lì, a guerra finita, su un anonimo marciapiede?

Lei, in realtà, si chiamava Luigia Manfrini Farnè. Nata a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna, nel 1914, si era affermata giovanissima sia in teatro sia interpretando pellicole non troppo impegnate, ma che riscossero grande successo di pubblico. Tra gli altri, ebbe come collega uno dei più popolari attori del periodo come Amedeo Nazzari e ben presto la notò Alessandro Blasetti, grande regista, che stava preparando Un’avventura di Salvator Rosa.

Nel 1939, durante la lavorazione di questo film, Luigia, che dall’inizio della carriera aveva assunto il nome d’arte di Luisa Ferida, conobbe Osvaldo Valenti, notissimo attore, di nobili origini, colto, cosmopolita, insuperabile conversatore, ma ahimè anche un narciso e un cocainomane e ne subì il fascino innamorandosene subito. Anche lui rimase colpito dalla bellissima ragazza e iniziò così la loro relazione, un rapporto in cui Luisa risultava completamente dipendente dal compagno.

Pur lavorando per il cosiddetto “Cinema dei telefoni bianchi”, i due attori non avevano assunto una posizione politica troppo vicina al fascismo, ma quando nel 1943 vi fu da scegliere da che parte stare, entrambi aderirono alla Repubblica Sociale Italiana e si trasferirono a Venezia, dove si era trasferita anche tutta l’industria cinematografica del regime.

Tutto il nord Italia era sottoposto a furiosi bombardamenti, la guerra si faceva sempre più dura e le difficoltà di vivere a Venezia divennero sempre maggiori. La coppia si spostò allora a Milano, dopo una breve sosta a Bologna, dove Luisa ebbe un aborto spontaneo. Fu un dolore terribile per ambedue: nel 1942 avevano già avuto un figlio, Kim, che però era sopravvissuto solo quattro giorni.

A Milano, Valenti si arruolò come tenente nella Decima Flottiglia Mas comandata dal principe Junio Valerio Borghese – che aveva conosciuto a Jesolo – e come ufficiale di collegamento ebbe contatti con la famigerata banda di Pietro Koch. Fu proprio questa frequentazione che portò alla loro rovina. Koch era un criminale sadico e perverso che sottoponeva i partigiani a terribili torture, a volte anche personalmente e per puro piacere. La sua casa fu ben presto soprannominata Villa Triste a causa delle sevizie che vi si perpetravano. Il fatto di avere rapporti con quest’uomo e di essere stati più volte nella sua abitazione fu la causa della loro condanna a morte.

Valenti, tuttavia era intelligente e aveva capito che il clima politico stava definitivamente mutando. Inoltre, Luisa era di nuovo incinta e occorreva mettersi al sicuro. Prese lui stesso contatti con i partigiani nella prima decade dell’aprile 1945 e insieme alla compagna si consegnò spontaneamente. Non aveva previsto, però, che anche tra i partigiani erano ormai entrati dei loschi figuri. Portati in una cascina e sottoposti ad un sommario processo, vennero condannati a morte. Fatti salire su un camion, furono poi fatti scendere e fucilati contro il muro di un palazzo.

Lui stringeva tra le mani una scarpetta di Kim, dalla quale non si separava mai; lei urlò più volte di non voler morire, ma non ci fu alcuna pietà. Solo don Adolfo Terzoli accorse e riuscì ad impartire loro l’estrema unzione prima che le salme fossero portate via.
Anni dopo, Luisa ebbe una tardiva giustizia: un’indagine dei Carabinieri acclarò che si era trattato di un vero e proprio omicidio, che l’attrice si era mantenuta estranea alle vicende politiche e non si era macchiata di terrorismo o di violenza contro il movimento partigiano. Aveva solo seguito il suo uomo…

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