Lavinia Fontana: pittrice moglie e madre

Lavinia Fontana
Spesso e volentieri si ha la percezione che gli artisti debbano vivere solo ed esclusivamente per la loro arte o che siano “maledetti” e non riescano ad avere legami familiari stabili.
Anche questo è uno stereotipo da sfatare e, soprattutto, per quanto riguarda le donne.

La storia ci racconta di pittrici che ebbero marito e figli ma che riuscirono tranquillamente a gestire entrambe le situazioni: lavoro e famiglia. Una in particolare vi riuscì meglio di tutte: Lavinia Fontana (1552-1614). Di figli ne ebbe addirittura undici e pare proprio che dovesse mantenere anche il marito.
Ma, partiamo dall’inizio.

Il bolognese Prospero Fontana aveva già quarantadue anni ed era un pittore affermatissimo quando, il 24 agosto 1552, divenne padre di Lavinia. La ragazza crebbe dunque in un ambiente favorevole rispetto alla sua naturale propensione per la pittura. La sua casa era, infatti, un vero e proprio punto d’incontro per intellettuali ed artisti, e non solo di Bologna.

A venticinque anni sposò il pittore imolese Giovan Paolo Zappi e nel contratto di matrimonio era già definita come pittrice professionista. Lo Zappi, ahimè, era artista di scarsissimo talento e Lavinia dovette rimboccarsi le maniche per mantenere la famiglia, che diventava sempre più numerosa. Al marito riservò il compito di rifinire i lussuosi abiti che le persone da lei ritratte indossavano, con relativi bottoni e pizzi.
Questo “aiuto” era talmente risaputo che Carlo Cesare Malvasia, noto biografo degli artisti bolognesi, apostrofò così il buon Zappi nel suo libro Felsina Pittrice: “…si contentasse almeno di fare il sartore, già che il cielo non lo voleva pittore”.
Un altro lavoro che Zappi faceva per la moglie era quello di seguire la parte amministrativa dei suoi lavori, ovvero: stipulava i contratti, seguiva le consegne e via dicendo.

Lavinia Fontana divenne ben presto famosa per la ritrattistica: tutte le dame di Bologna facevano a gara per avere da lei un loro ritratto, così come facevano dipingere i loro bambini fin da quando erano nella culla. Nella sua produzione non mancano però le pale d’altare e allora, veramente, ci si chiede come facesse a conciliare le continue gravidanze con questo tipo di attività.
Le sue energie e le sue capacità dovevano essere davvero straordinarie!

Tra il 1603 e il 1604 con tutta la famiglia al seguito si trasferì a Roma, dove, tra gli altri, ebbe come committente lo stesso pontefice Paolo V. Pur essendo riconosciuta come abile artista, la sua fama non decollò del tutto per le grandi opere; riprese allora il filone della ritrattistica nel quale eccelleva.

Nel 1614, all’età di sessantadue anni, si spense nella città eterna, senza aver mai fatto ritorno a Bologna.

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