La vita avventurosa di Francesco Zambeccari pioniere dell’aviazione

Salvataggio di Zambeccari, dalle collezioni di Genus Bononiae

Salvataggio di Francesco Zambeccari, dalle collezioni di Genus Bononiae

Il 21 settembre 1812 moriva a Bologna Francesco Zambeccari, nato da una nobile famiglia cittadina nel 1752. Dopo una giovinezza avventurosa, che lo vide dapprima volontario nella Guardia Real e successivamente ufficiale nella Marina spagnola, si recò a Parigi, dove nel 1783 ebbe occasione di assistere alle prime imprese dei fratelli Montgolfier. La passione per il volo aerostatico lo contagiò e già il 25 novembre dello stesso anno cominciò egli stesso a sperimentare le ascensioni.

Nel frattempo, conobbe Vincenzo Lunardi, con il quale costruì un pallone gonfiato con idrogeno. Il primo volo fu senza fortuna: già alla vigilia, durante le prove, il mezzo fu messo fuori uso. Zambeccari non si scoraggiò e già il 22 marzo 1785 riuscì a superare i tremila metri di quota.

Trasferitosi poi a San Pietroburgo, entrò a far parte della Marina Imperiale Russa. A seguito di un naufragio, venne catturato dai Turchi e rimase loro prigioniero a Costantinopoli per oltre due anni. Venne liberato grazie all’intercessione del Re di Spagna.

Rientrato a Bologna, si sposò con Diamante Negrini ed ebbe tre figli. Si dedicò sempre di più al volo aerostatico ed effettuò sempre nuovi esperimenti ed ascensioni tra l’Italia e l’Inghilterra.
Il 7 ottobre 1803 partì dalla Montagnola, ma il pallone fu trascinato sul mare Adriatico, nei pressi della penisola istriana, dove naufragò. Fu poi fortunosamente tratto in salvo, come si vede dalla riproduzione pubblicata.
Il 20 settembre 1812 “decollò” insieme all’amico Bonaghi nei pressi della chiesa dell’Annunziata. Sul pallone a “doppia camera”, si sviluppò un incendio: le ustioni riportate gli furono fatali e morì il giorno seguente.

Fu sepolto nella tomba di famiglia nella Basilica di San Francesco, dalla quale la salma fu traslata in Certosa. Qui rimase fino al 1926, quando una sua discendente (Laura Bevilacqua Ariosti) non fece trasferire nuovamente i suoi resti e quelli del figlio Livio (patriota del Risorgimento) nella basilica che li aveva accolti in un primo tempo.

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