GIUSEPPE CERI E LA SUA “STRIGLIA”

Giuseppe Ceri in carrozza

Giuseppe Ceri (1839-1925) ingegnere di origine toscana, fu una figura assai conosciuta dai bolognesi di fine Ottocento-inizio Novecento. Profondo conoscitore di Bologna, nutrì nei confronti della città un vero e proprio eccesso di amore e su ogni questione portò il fuoco della sua passione e delle sue competenze. Uomo colto e ingegno acutissimo era anche eclettico per le sue conoscenze di materia amministrativa, politica, arte e cultura in genere. Di carattere bizzoso e passionale, spesso e volentieri attaccava briga con i suoi antagonisti e, così come era profondamente compreso nelle sue convinzioni, era altrettanto capace di covare odi eterni e furibondi. Dotato di sottile arguzia, Ceri era solito punzecchiare gli avversari con versi di ogni metro e forma.

Eletto consigliere comunale, si rivelò come sempre battagliero e preparatissimo. Nemico acerrimo di Alfonso Rubbiani, al contrario di quest’ultimo, che si batteva per la conservazione della Bologna medievale, Ceri incarnava il vero e proprio picconatore che distrugge per poi ricostruire.  Quando, durante i lavori di sventramento di via Rizzoli, furono isolate le Torri Artenisi, Guidozagni e Riccadonna  tra il Palazzo della Mercanzia e l’attuale via Calzolerie, si pose il problema di una loro eventuale conservazione egli innescò un’aperta polemica contro gli intellettuali (tra i quali Gabriele D’Annunzio) che si schieravano per quest’ipotesi e tanto fece e tanto brigò che, alla fine, furono demolite.

Sua fu anche la proposta di completare la facciata della basilica di San Petronio. Fece bandire un concorso cui partecipò egli stesso con un progetto giudicato tra i migliori. Fortunatamente, il Municipio non ne fece nulla.

Intraprese la carriera giornalistica fra il 1875 e il 1880 con un foglio battezzato “Melodie tedescose” in aperta polemica con i wagneriani ed ergendosi a difensore della musica italiana, che non riteneva assolutamente inferiore a quella tedesca. Il periodico assunse poi il titolo “La Striglia” e venne stampato per circa quarant’anni. Il giornale era frutto per tre quarti della penna del suo fondatore e direttore che, dopo aver litigato con i rivenditori per questioni finanziarie, si assunse anche il compito di venderlo personalmente. Sempre abbigliato con stiffelius e cravattina nera a farfalla e con il cilindro sul capo offriva il foglio ai passanti, spesso e volentieri stando ritto su di una carrozza pubblica, noleggiata per l’occasione. Per questa sua doppia veste si autodefinì “giornalista giornalaio”.

Scoppiata la prima guerra mondiale, Ceri continuò indefessamente a produrre il suo giornale, ma per venderlo si era spostato sotto il portico dell’appena costruito Palazzo del Modernissimo. Un cartello avvertiva che il ricavato della vendita sarebbe andato all’Associazione Pro Mutilati ed Invalidi di Guerra. Negli anni Venti si trasferì invece sotto il portico della Gabella, in via Ugo Bassi.

Rimase sulla breccia fino all’ultimo: molti lo ricordano anche perché compose l’inno “L’ombelico di Venere”,  che narra la leggenda dell’invenzione del tortellino. Uno dei tanti tasselli del suo grande amore per Bologna.

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