Costruire il Novecento: intervista della curatrice Silvia Evangelisti

Intervista della curatrice della mostra in corso a Palazzo Fava Costruire il Novecento. Capolavori della Collezione Giovanardi alla proprietaria della collezione Paola Giovanardi.

Costruire_il_Novecento

Carrà Nuotatori 1932

 

 


 


La raccolta di Augusto e Francesca Giovnardi è esposta, per la prima volta nella sua intierezza, a Bologna, in uno dei più importanti Palazzi senatori della città, Palazzo Fava. E con Bologna i coniugi Giovanadi hanno avuto sempre un rapporto particolare.

Era doveroso pensare ad una esposizione a Bologna in quanto i legami con la città sono molteplici e di lunga data.
Mio padre, romagnolo di nascita, si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna, mia madre bolognese ha conseguito il diploma magistrale in questa città. Mia sorella Marta ed io siamo entrambe nate a Bologna.
Per la carriera universitaria di mio padre abbiamo abitato in meravigliose città d’Italia come Napoli, Siena, Padova e infine dal 1948 Milano, ma i miei genitori non hanno mai dimenticato le loro origini emiliane e sono sempre stati attenti osservatori di quanto avveniva in questa regione.
Io vivo a Bologna da quando nel 1957 mi sono sposata con l’imprenditore dottor Dario Rossi, il che ha favorito frequenti spostamenti della famiglia verso la città anche per la nascita dei miei figli Luca e Maddalena.
Mio padre era inoltre molto legato a Morandi e alle sue sorelle. Non esiste un carteggio in quanto egli veniva periodicamente a trovare l’artista a Bologna nella casa di via Fondazza. Il dialogo tra loro era fitto e costante. Morandi a sua volta frequentava casa nostra a Milano dove arrivava, talora accompagnato da Gino Ghiringhelli della Galleria del Milione, o dalla dottoressa Marilena Pasquali, storica dell’arte e studiosa di Morandi, per organizzare mostre che comprendevano le sue opere.
In ogni caso la storia di questo artista sia quando era in vita che successivamente si è sempre intrecciata con quella dei miei genitori, in particolare quando Maria Teresa Morandi lasciò le opere del fratello al Comune di Bologna per la creazione del Museo Morandi a Palazzo D’Accursio.
In occasione della mostra del Centenario della nascita di Morandi nel 1990 organizzata da Marilena Pasquali alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna furono prestate almeno una ventina di opere della Collezione Giovanardi e tutta la famiglia era presente alla inaugurazione.
In quella circostanza ho assistito ad un dialogo tra l’allora sindaco Renzo Imbeni e mio padre in merito alla sede del Museo Morandi, ove quest’ultimo, di fronte a varie ipotesi, si espresse decisamente in favore di Palazzo D’Accursio.
Un altro motivo convincente per la mostra a Bologna risiede nella presenza In collezione dei due nuclei di dipinti più numerosi quello di Giorgio Morandi e quello di Osvaldo Licini, per ricordare la loro amicizia e i loro contrasti quando frequentavano l’Accademia di Belle Arti della città.
Per quanto mi riguarda la mostra presentata da Genus Bononiae – Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni ha lo scopo di continuare a accendere quesiti e certezze sul Novecento Italiano e su ciascuno degli artisti che lo rappresentano.

Cosa ha significato per le figlie vivere sin dall’infanzia a così stretto contatto con opere d’arte, che piano piano si impossessavano dei muri, fino a coprirli interamente dal pavimento al soffitto. Come vivevano questo straordinario “gioco” dei loro genitori, che le coinvolgevano nei loro pellegrinaggi di mostra in mostra, di museo in museo, di galleria in galleria, per l’Europa intera?

Non posso pensare ai nostri quadri disgiunti dal contesto della mia famiglia. Queste opere, come le immagini dei miei genitori e di mia sorella Marta, sono impresse nella mia mente in maniera così intensa da poterle presentificare quasi visivamente una ad una.
Come i miei genitori hanno sicuramente costituito una guida psicologica. La nostra era una famiglia unita non solo affettivamente ma anche per gli interessi culturali.
Mio padre e mia madre non mi hanno mai fatto lezioni su questo o quell’artista, ma il sistema dell’ arte si era infiltrato spontaneamente nella comunicazione familiare. Di arte si parlava come di qualsiasi argomento comune, talora il discorso affrontava temi specifici.
Gli artisti, i critici e i galleristi circolavano per casa portando dipinti, documenti scritti o illustrati e io ascoltavo, guardavo e imparavo. Anche i viaggi che ho fatto con i miei genitori erano concepiti per la vacanza ma contemporaneamente si estendevano per l’esplorazione delle caratteristiche storico-artistiche del luogo prescelto.
Vivere con quadri appesi dal pavimento al soffitto è stato sicuramente un privilegio perché da questa postazione fin dall’adolescenza ho cominciato a strutturare un modo personale di vedere il mondo, in particolare a creare un rapporto tra me e la realtà anche a livello poetico/visivo: attraverso un alfabeto di segni e di colori steso implacabilmente sulle pareti, con un movimento saccadico degli occhi e molta fantasia, mi era permesso di vedere oltre e di più. Quelle immagini stimolavano la mia curiosità verso ulteriori esperienze come seguire mostre, frequentare musei e conferenze, stabilire collegamenti, leggere per approfondire e per tenermi aggiornata, fino a crearmi una biblioteca personale di critica, storia e immagini che tutt’ora possiedo ampliata all’inverosimile. Questo meccanismo è ancora in funzione.
Posso aggiungere che, circondata da questa speciale atmosfera, ho imparato che dovunque io sia, all’interno o all’esterno di un luogo, mi muovo sempre come in un teatro. L’arredamento o le decorazioni di una abitazione mi attraggono nel loro insieme e singolarmente. Se percorro un strada, cerco di raggiungere l’obiettivo programmato, ma non ignoro mai quello che mi appare: il colore di una parete, la pavimentazione di un portico, il capitello di una colonna, l’iscrizione di una lapide, una immagine devozionale, il battente di un portone, il cortile di un palazzo.
D’altra parte nella mia vita mi trovo a ripetere vari schemi d’azione presenti nella famiglia. Come mio padre e mio nonno ho studiato Medicina, ma ho scelto una specializzazione in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali che mi fornisse gli strumenti per una conoscenza scientifica della psiche umana; questi studi mi hanno certamente aiutato ad addentrarmi nella comprensione delle dinamiche dell’arte.
Poi l’inevitabile passo successivo: collezionare. Quello che mi attraeva doveva entrare in mio possesso. Non potevo rinunciare. Raggiunta l’indipendenza economica, seguendo criteri personali ho preso a costruire una mia collezione di artisti contemporanei come hanno fatto i miei genitori, e ad appenderli come loro dal pavimento al soffitto.

Scorrendo le riproduzione delle opere della Collezione e, come oggi, avendo la fortuna di poterle godere dal vivo, sala dopo sala, immediatamente si coglie come esse siano state scelte una ad una, non come spesso avviene ora seguendo mode o nomi famosi ma per la rara qualità della pittura, per l’intensità del sentire la realtà, per la densità del pensiero che evocano.
Come sceglievano, Augusto e Francesca, le opere con le quali poi avrebbero diviso la quotidianità, con le quali avrebbero vissuto, e hanno vissuto, una vita intera?

Ho sempre visto mio padre collezionare con una certa tensione ma in maniera decisa e razionale. Giunto in quel crogiolo di stimoli culturali che era Milano nel dopoguerra lasciò una precedente collezione di pittori dell’ottocento, peraltro pregevole. Dal 1948 il suo interesse fu attratto dagli artisti che esponevano nelle gallerie storiche milanesi.
Non posso conoscere esattamente il perché di questo repentino cambiamento né i criteri con i quali allontanava o acquisiva le opere, posso forse dedurre alcune informazioni dal risultato visivo. Certamente aveva una sua linea, condivisa da mia madre, che si ripeteva puntualmente e lo esponeva raramente ad errori.
Conoscendo abbastanza bene il suo carattere, credo si muovesse tra passione, curiosità e metodo. Ho comunque capito da mio padre che un collezionista autentico e autonomo ascolta tutti ma decide sempre da solo.
Nelle sue operazioni di scelta forse dapprima subiva la fascinazione dell’opera che aveva di fronte ma contemporaneamente penso che spontaneamente applicasse criteri scientifici, gli stessi che adottava quando sperimentava nei laboratori universitari. Cercava, come attraverso un microscopio, quello che non si vede ma esiste e quando emerge diviene verità rigorosa per la conquista di altre mete. Nella ricerca scientifica è un vantaggio partire da posizioni intuitivo/emozionali purché le ipotesi siano accompagnate da verifiche per la conferma.
I miei genitori conoscevano benissimo i vari movimenti che pullulavano nel dopoguerra nelle gallerie milanesi. Percepivano che i percorsi filosofici dell’arte erano multiformi nello stesso periodo: tutto andava osservato e soppesato.
Potevano immergersi nelle esperienze più dirompenti di chi guerre e sconvolgimenti li trascinava ancora dentro di sé esprimendoli nella esaltazione del futurismo, nei drammi dell’espressionismo, nelle negazioni dell’astrazione, nelle fratture dell’informale, nelle trasformazioni della metafisica o del surrealismo, nelle sottrazioni del minimalismo, dell’arte concettuale o dell’arte povera, ma senza esitazione si diressero sulle manifestazioni del Novecento.
Mio padre cercava forse e più o meno consapevolmente nel panorama dell’arte messaggi strutturali, che non fossero ansiogeni e destrutturanti mentre contemporaneamente evitava elementi nostalgici e convenzionali. Cercava quello che mi sembra caratteristico del Novecento, una nuova visione del mondo che escludesse paura, disperazione, disordine e orrore per appostarsi su livelli di tregua, meditazione, razionalità e speranza espressi da una bellezza misteriosa che si ripeteva nelle opere che acquisiva.
Ecco forse perché la scelta di quegli artisti che, avendo essi stessi attraversato le esperienze delle avanguardie storiche di inizio secolo, come Carrà, Sironi, Morandi, De Pisis, Rosai, avevano poi trovato la loro vera identità sulla spiaggia più ordinata del Novecento ma anche di quelli che a quel luogo erano approdati spontaneamente perché già parlavano quel linguaggio, come Tosi, Campigli Mafai e Breveglieri.
Molti quadri sono passati per casa nostra ma prima che uno si fermasse rimaneva sotto osservazione per parecchi giorni: la nostra vita si svolgeva in maniera abituale poi mio padre decideva anche contro una maggioranza che la pensava diversamente. Le opere venivano come testate una ad una per questo la collezione presenta una qualità e una coerenza stilistica stupefacenti.

Una raccolta d’arte così ricca, importante e amata rappresenta certo una eredità “pesante” oltre che, purtroppo di frequente, una causa di dissapori tra gli eredi. Spesso ciò ha comportato la dispersione delle opere, con la conseguente perdita di un prezioso unicum che non solo racconta la vita e la passione di chi l’ha pazientemente raccolta nei decenni, ma cancella anche una parte della memoria storica di un’epoca.
La Collezione Giovanardi è ancora oggi integra.
Come sono giunti gli eredi, e i loro figli, alla decisione di conservare intatta la raccolta?

Sia io che mia sorella non abbiamo mai pensato alla collezione come ad una “eredità pesante”: il suo possesso ci ha sempre reso orgogliose e felici. Credo che gli stessi sentimenti siano avvertiti anche da mia nipote Cristiana Curti Aspesi che con me gestisce la collezione e dai miei figli Luca e Maddalena Rossi. Certo ci siamo preoccupate perché la sua struttura originaria fosse rispettata e nello stesso tempo questa soluzione fosse acquisita concordemente dagli eredi.
I criteri che noi figlie seguimmo nel 1997 quando decidemmo di depositare la raccolta in una istituzione pubblica, valgono a tutt’oggi.
Innanzitutto volevamo rispettare il desiderio dei genitori, ancora vivi e coscienti a quell’epoca, di conservarla unita; la loro volontà coincideva con la nostra.
La consapevolezza del valore culturale che la raccolta conteneva, conclusa la sua costruzione familiare, ha reso indispensabile renderla pubblica. Il valore degli artisti contenuti nella collezione non doveva essere ignorato ma trasmesso e condiviso. La affermazione del Novecento italiano poteva trarre vantaggio da questa concentrazione di opere di elevata qualità.
A conferma di questo orientamento da parte di mia sorella e mia fu presa la decisione di mettere in atto il vincolo globale ad opera del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Per noi non era un problema ma veicolo di vantaggi plurimi: eliminazione del pericolo dello smembramento; tutela da parte dello Stato; mantenimento e valorizzazione del messaggio storico/artistico del Novecento; evitamento di disaccordi tra gli eredi per una eventuale spartizione; conservazione della memoria di Augusto e Francesca Giovanardi.

Pur creata per passione personale e amore per l’arte, dopo la scomparsa di Augusto e Francesca, la raccolta è stata messa a disposizione del pubblico, esposta permanentemente in un importante museo italiano, il Mart di Rovereto.
Cosa ha portato alla scelta di condividerne il piacere della vista con tutte le persone appassionate d’arte?

Diffondere il Novecento Italiano ci era apparso immediatamente come un imperativo traente per tutte le future azioni anche per il fatto che mio padre e mia madre erano stati sempre favorevoli al prestito delle opere per mostre in Italia e all’estero.
Per il raggiungimento di questo obiettivo si rendeva necessario affidare la raccolta ad un ente predisposto a esercitare le funzioni di custodia, conservazione e esposizione.
Nel 1997 si verificò l’incontro fortunato tra un museo che aveva bisogno di accrescere il proprio contenuto e i Giovanardi che dovevano collocare la collezione.
Nasce di qui lo straordinario rapporto prolungatosi per diciotto anni tra noi e il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto – MART di cui siamo anche soci fondatori.
La collaborazione con la direttrice dottoressa Gabriella Belli che volle la raccolta tra le mura del Museo delle Albere a Trento già nel 1997 in attesa che nel 2005 fosse inaugurata la sede di Rovereto, è stata intelligente e esaltante: insieme abbiamo costruito la notorietà del nascente MART e della collezione Giovanardi.
Ciò ha comportato una partecipazione da parte nostra alle molteplici attività del Museo sia convegni che esposizioni in Italia e nel mondo con estensione di conoscenze di personaggi prestigiosi e visite a Musei storici francesi, inglesi, russi e americani.
Rendere pubbliche le opere con le quali abbiamo convissuto è stata per noi
un’operazione ricca di soddisfazioni: la collezione aveva assunto con la condivisione un ruolo sociale e culturale più ampio e più elevato e la memoria di Augusto e Francesca Giovanardi avrebbe per sempre convissuto con quella della loro creazione.

Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomerno nuovo per l’Italia: alcuni collezionisti, che decidono di condividere il proprio patrimonio artistico, spesso invece di donare le loro collezioni a enti pubblici, aprono musei privati.

In Italia abbiamo sempre visto agire grandi musei privati prevalentemente stranieri. Più recentemente si è assistito alla apertura di musei italiani da parte di grandi industrie o di famose case di moda, con riferimento a rispettive fondazioni per scopi culturali e di grandi profitti. Questa azione aumenta a ragione la notorietà del privato che si riflette anche sull’attività di base.
Tra le motivazioni non si può escludere l’amore per l’arte e per il collezionismo perché i risultati di quanto viene prodotto sono veramente attraenti. In genere questi enti si occupano non solo di arte italiana ma anche europea e extraeuropea come mostrano le loro esposizioni e le loro collezioni permanenti.
Queste operazioni sono a mio modo di vedere molto positive perché riescono, quando condotte intelligentemente, a non perdere di vista la qualità delle opere e a favorire la loro circolazione internazionale. Da ricordare che sono state aperte in Italia mostre che forse mai si sarebbero potute realizzare, mantenendo l’aggiornamento sui protagonisti dell’arte antica, moderna e contemporanea.
Altra funzione importante di questi musei è quella di edificare collezioni permanenti convogliando in Italia opere da tutto il mondo molte delle quali rimarranno a costituire un prezioso patrimonio di arte visiva nel nostro paese.
Ovviamente questi complessi museali funzionano positivamente se affidati a persone altamente competenti con ruolo direzionale, organizzativo e commerciale.
Le fondazioni private di piccole dimensioni hanno molte difficoltà a persistere perché la loro gestione richiede impegno su vari fronti. Abbiamo assistito alla loro nascita e talvolta alla loro scomparsa nonostante lo svolgimento di un’attività qualificata.
Questi esempi non sono incoraggianti per farci muovere in questa direzione. Per quanto ci riguarda figli e nipoti, sebbene interessati, oggi sono avviati in altre professioni, peraltro soddisfacenti, che assorbono quasi completamente il loro tempo.
Grandi vantaggi reciproci ha invece prodotto la sperimentazione del deposito pluriennale presso una istituzione museale.
Certo oggi noi stiamo riflettendo sulla collocazione futura della collezione per non venir meno al nostro obiettivo di diffusione del Novecento Italiano. Tutte le ipotesi sono possibili anche quella della gestione in proprio.
La mostra presso Palazzo Fava Palazzo delle Esposizioni mi rende fiduciosa e felice di collaborare ancora una volta, dopo la mostra conclusasi nel 2015 della mia collezione di incisioni di Max Klinger, con il Presidente di Genus Bononiae professor Fabio Roversi Monaco e con il Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna dottor Leone Sibani. Verso di loro è diretta la mia stima per l’intensa azione che da anni svolgono per accrescere il prestigio culturale di Bologna in ambito nazionale e internazionale.
Speriamo anche noi di dare un contributo in questa direzione consapevoli che la collezione ha insite molte potenzialità di creare una concatenazione di eventi e quindi di richiamare ogni volta una vasta attenzione sulla nostra città, patria di Giorgio Morandi il più grande artista italiano del secolo scorso.

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