Bologna, un’intera famiglia deportata: i Matatia

copertina vol. Roberto Matatia

Un altro anno è passato, ma ricordare l’Olocausto è obbligatorio. Sono ormai pochi i sopravvissuti a quel terribile momento della nostra storia, tuttavia, molti di loro hanno lasciato testimonianze anche scritte e quelle rimarranno per sempre.

Sulla lapide murata in una parete della Sinagoga di via Finzi sono riportati i nomi di ottantaquattro membri della Comunità Ebraica bolognese che non fecero più ritorno alle loro case dopo la deportazione nei campi di sterminio. Tra essi quattro appartenevano alla stessa famiglia: i Matatia.

In realtà, i Matatia erano cinque: Beniamino fu deportato ma riuscì a sopravvivere dopo la liberazione di Auschwitz. Purtroppo, tornato in Italia, morì due mesi dopo per le conseguenze delle violenze e delle privazioni subite.

Il capofamiglia, Nissim, era un ebreo greco trasferitosi in Italia nel 1920. Svolgeva l’attività di pellicciaio e grazie alle sue notevoli capacità imprenditoriali aveva raggiunto e consolidato una buona posizione economica, tanto da potersi permettere di comprare una piccola villetta a Riccione, nelle immediate vicinanze dell’abitazione estiva di Mussolini. Il 1938 e l’entrata in vigore delle nefande leggi razziali cambiarono tutto: le prime persecuzioni iniziarono proprio dalla villetta di Riccione. Non era certamente ammissibile che degli ebrei fossero i vicini di casa  del duce! Pressioni, minacce, ritorsioni costrinsero il povero Nissim a vendere per una cifra irrisoria la sua casa. Ovviamente, però, le disgrazie non finirono lì: il lavoro non c’era più, le difficoltà erano sempre maggiori, la guerra incombeva e, per di più, dopo l’armistizio del 1943 la situazione precipitò.

Nissim e Roberto Matatia

 

Nissim non aveva voluto andarsene dall’Italia, come invece aveva fatto il fratello. Vista la sua origine greca, nel 1939 fu arrestato ed espulso. Tornò a Corfù, ma nel 1940 rientrò da clandestino per non abbandonare i suoi. Restare qui volle dire la fine della sua famiglia. I Matatia raccolsero gli ormai pochi denari che restavano e si trasferirono lui a Bologna e la moglie con i figli a Savigno, in collina. I ragazzi ripresero a frequentare la scuola (ovviamente quella ebraica). Ogni tanto, seppure tra mille sotterfugi, padre e figli riuscivano ad incontrarsi, ma fu proprio questo loro bisogno di rivedersi a rivelarsi fatale: Nissim e Roberto (il più giovane) furono arrestati in città nel novembre 1943. La madre Matilde con Beniamino e Camelia furono invece catturati il mese dopo a Savignano sul Panaro, sede del loro ultimo disperato rifugio. Tutti furono dapprima incarcerati e poi deportati ad Auschwitz con gli esiti che conosciamo.

La loro vicenda è stata oggetto di un libro scritto e pubblicato nel 2014 da un loro parente, Roberto Matatia (che porta lo stesso nome del figlio più piccolo di Nissim), già a conoscenza delle vicende legate ai congiunti, ma successivamente venuto in possesso di documenti inediti in maniera che definire fortuita è riduttivo. Il volume si intitola “I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo”: un altro tassello prezioso per non dimenticare che quei nomi scritti sulla lapide corrispondevano a delle persone la cui vita fu completamente travolta dalla follia umana.

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