Alfonso Rubbiani, un bolognese tra merli e merletti

Alfonso Rubbiani durante i lavori di restauro della Chiesa di San Francesco a Bologna. Fondo Pietro Poppi, dalle Collezioni di Genus Bononiae

Alfonso Rubbiani durante i lavori di restauro della Chiesa di San Francesco a Bologna. Fondo Pietro Poppi, dalle Collezioni di Genus Bononiae

Era il 26 settembre 1913: nella chiesa di San Francesco, si stavano celebrando le solenni esequie di Alfonso Rubbiani, l’uomo a cui Bologna doveva e deve il suo nuovo volto, deceduto tre giorni prima.
Parteciparono molti cittadini e diverse autorità. Tra i presenti alla cerimonia, i collaboratori e allievi dell’illustre defunto notarono l’ingegner Giuseppe Ceri, uno dei suoi più strenui detrattori, che con i suoi articoli sul giornale satirico La Striglia aveva contribuito a metterlo in cattiva luce e a escluderlo dai lavori di restauro al Palazzo del Podestà. Non ci volle molto: detto fatto, il Ceri fu sollevato di peso e letteralmente buttato fuori dalla chiesa, provocando un vero e proprio tafferuglio.

Ma chi era Alfonso Rubbiani e perché la sua opera poteva ancora provocare una tale “passione”? Nato a Bologna nel 1848, dopo una giovinezza assai avventurosa (nel 1870 era stato a Roma per difendere il Papa dall’assalto dell’esercito italiano) e dopo aver abbandonato gli studi per diventare notaio, si dedicò al giornalismo e iniziò a mostrare un grande interesse verso il restauro dei monumenti, ispirandosi alle teorie e al metodo di Viollet le Duc.

Animatore del Comitato per Bologna Storica e Artistica, aveva fondato la GILDA – una vera e propria compagnia di artieri – perché fosse recuperato il volto medievale della città e l’Aemilia Ars (quest’ultima sull’esempio dell’Arts and Crafts Movement di William Morris).

Aveva ottenuto la direzione artistica di importantissimi interventi di restauro, come quelli del Palazzo della Mercanzia, dell’Oratorio dello Spirito Santo, del Palazzo di Re Enzo, del Palazzo dei Notai e, dal 1886 dell’intero complesso della chiesa di San Francesco. Questa sua attività di “ricreazione di stile” aveva ovviamente provocato notevoli polemiche tra i cultori delle Belle Arti, tanto da meritarsi l’epiteto di “malfattore petronico”, coniato proprio dal Ceri.

Costretto, dunque, a non occuparsi più di interventi di restauro, si dedicò a pieno all’attività dell’Aemilia Ars ed è rimasta celebre questa sua frase: “…Io sono disceso dai merli, lavoro qui nei merletti…non so se Ercole era felice quando fu messo a filare, quanto a me mi contento”.

Capite ora perché l’ing. Ceri ebbe quel trattamento?

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