Intervista al curatore della mostra “Street Art – Banksy & Co.” Christian Omodeo

Di seguito la traduzione dell’intervista al curatore Christian Omodeo, curata dalla rivista Widewalls riguardo alla mostra a Palazzo pepoli “Street Art – Banksy & Co. Arte allo stato urbano”:

Parlaci della mostra a Bologna Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano. Cosa devono aspettarsi i visitatori?

Innanzitutto direi che si tratta di una delle più grandi retrospettive mai dedicate alla Street Art e ai Graffiti. Contiene circa 300 opere, foto, video, documenti provenienti sia dall’Europa che dagli Stati Uniti e che appartengono a collezioni pubbliche  e private.

Nell’ultimo decennio, abbiamo assisito ad una crescita dell’interesse nei confronti dell’arte urbana, anche se le persone non ne conoscono realmente la storia. Per questo motivo abbiamo deciso di offrire a tutti la possibilità di avere una panoramica della scena dei graffiti a New York, per capire come, nell’era pre-google, la cultura dei graffiti abbia contribuito alla comparsa di qualcosa che è stato definito “street art” e infine per spiegare chiaramente che il tagging è una parte fondamentale di queste culture. Le tags non possono essere cancellate, non possiamo mantenere solo la parte legale dell’arte urbana.

Inoltre, la mostra si focalizza anche su come l’arte urbana sia stata collezionata a partire dagli anni ‘70, per accrescere la consapevolezza su come le istituzioni e i collezionisti mantengano memoria di queste culture. Questa è una parte fondamentale dello show. Molto probabilmente, i musei includeranno l’arte urbana nelle loro collezioni anche se al momento non c’è ancora stata una vera analisi sulle modalità di questa operazione. Il rischio per l’arte urbana, e tutte le sotto e contro culture nate nel XX secolo, è la mancanza di oggettività: consideriamo l’arte urbana solo  da un punto di vista estetico? Oppure dobbiamo considerarla dal punto di vista antropologico/ etnografico come una cultura? Nel primo caso, dovremmo ricercare delle opere “istituzionali”, dimenticandoci di tutti questi nomi che non hanno voluto far parte del mondo dell’arte. Nel secondo caso, al contrario, dovremmo ricercare degli oggetti che rappresentano questa cultura.

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Il “distacco” dei graffiti dalla strada ha causato molto scalpore ed è stato fatto senza l’autorizzazione dell’artista che aveva creato quei pezzi. Come giustifica questa decisione?

Vorrei cominciare dicendo che ciò che abbiamo letto fino ad ora è ampiamente inesatto –se non semplicemente falso. Prima di tutto, voglio chiarire una cosa: queste opere staccate non possono essere vendute e verranno offerte ad istituzioni pubbliche. Poi, dobbiamo ricordarci che Blu ha realizzato diverse opera a Bologna (tra 40 e 50, si è detto). Negli ultimi anni, molti di questi lavori sono stati cancellati o distrutti senza un dibattito reale, anche i muri hanno un significato politico. Luca Ciancabilla, uno studioso la cui ricerca riguarda principalmente la storia del restauro dell’arte, e Camillo Tarozzi, un restauratore molto importante che lavora su opere di Giotto o Cimabue, hanno iniziato ad interessarsi all’arte urbana alcuni anni fa. Essendo molto appassionati, erano preoccupati dall’assenza di un dibattito sulla sua conservazione. Mentre Luca stava preparando un libro sui murali di Blu a Bologna ha avuto la possibilità di salvare alcune sue opere (2 muri separati + 1 grupoo di piccoli muri che sono stati usati per uno dei primi video di Blu) che si trovavano all’interno di una fabbrica che sarebbe stata presto demolita. Insieme a Camillo, hanno pensato che potesse essere un’occasione unica per salvare alcune opere di Blu a Bologna ed erano convinti che l’artista sarebbe stato d’accordo con loro per le ragioni che seguono. Prima di tutto, le opera erano del 2006, periodo in cui Blu spesso lavorava in gallerie d’arte e musei, non contenevano nessun messaggio politico esplicito, eccetto una, non erano visibili dalla strada e presto sarebbero state distrutte. Dal loro punto di vista, il fatto di salvare questi muri avrebbe consentito l’inizio di un dibattito sui lavori di Blu a Bologna–sia quelli ancora esistenti che quelli distrutti–e su come e se preservarli. Perciò, alla fine del 2014, hanno chiesto il permesso al proprietario del palazzo che conteneva le opere di Blu di poter rimuovere quei muri. Allo stesso tempo, hanno cercato di contattare l’artista. Hanno ottenuto il permesso del proprietario–con un programma da rispettare–, mentre Blu non ha risposto allo loro richiesta. Hanno preferito agire per non rischiare di perdere la possibilità di lavorare su quei muri. Voglio sottolineare anche il fatto che non erano sicuri della riuscita dell’operazione (in questo senso è stato un esperimento pioneristico). Ovviamente, nel corso dei mesi successivi hanno sempre tentato di contattare Blu.

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Chiariamo anche un altro punto: le persone non hanno capito che –piaccia o no– ciò che Camillo Tarozzi e il suo team hanno fatto rappresenta una grande scoperta nella tecnica del restauro dell’arte. Hanno adattato un processo di rimozione delle mura inventato a Bologna nel XVIII secolo per opere realizzate su cemento. Quando parliamo di opere di strada immaginiamo delle persone che tagliano i muri con una moto sega. Questo non è assolutamente ciò che è successo a Bologna. Qui, alcuni restauratori professionisti hanno rimosso uno strato spesso un  millimetro da un muro di cemento (alto 12 metri) e l’hanno trasportato su tela, allo stesso tempo hanno preservato l’aspetto del muro originale. Questi ricercatori non cercano di trarre profitto da questo tipo di operazioni e il loro unico obiettivo era quello di salvare questi lavori per poi donarli ai musei cittadini. Quando hanno capito che questa operazione era riuscita, mi hanno contattato. Abbiamo quindi pensato ad una mostra intesa non solo per mostrare il risultato del loro lavoro, ma anche per aprire un dibattito sul restauro e la conservazione dell’arte urbana. Viste le circostanze particolari, ho proposto a Luca di concentrarci sul seguente quesito: come possiamo portare un’estetica urbana nel mondo dell’arte (musei, gallerie)? Questo è chiaramente un punto fondamentale sia per gli artisti, che devono portare il loro atteggiamento di strada all’interno di un contesto istituzionale, e per i restauratori, che devono capire quando, perché e come possono salvare un’opera dalla strada. Mentre preparavamo la mostra, Blu ha finalmente risposto ad una delle mail inviategli da Camillo e Luca ed hanno fissato un appuntamento. Sfortunatamente non si è presentato ne ha dato alcun riscontro (positivo o negativo) fino a pochi giorni prima dell’ inaugurazione della mostra – come tutti sappiamo.

Tra I vari artisti della mostra, ci sono molti nomi noti: Obey, Os Gemeos, Keith Haring, Rammellzee… e Blu. Cosa pensa della sua recente decisione di rimuovere tutte le sue opere in giro per Bologna?

Non ho intenzione di giudicare la decisione di Blu. Non è qualcosa che si può lodare o condannare, è qualcosa che bisogna accettare e analizzare. La mia impressione è che questa azione abbia a che fare con il contesto politico piuttosto che con la mostra di per se –anche se questa ha dato il là per prendere una posizione sulla politica a Bologna. Un’altra cosa che mi ha veramente sorpreso è il fatto che, nonostante lo scalpore internazionale, nessun giornalista abbia indagato le ragioni profonde della protesta a Bologna. Nessuno sembra aver notato che ciò che è successo è in qualche modo collegato alle prossime elezioni amministrative di Bologna. Fuori dall’Italia (o forse persino in Italia), nessuno ha sottolineato il fatto che molti writers e artisti di strada locali, che hanno partecipato alla mostra come Cuoghi Corsello, sono andati a dipingere sulle mura grigie la notte dopo la cancellazione. Questi sono dettagli importanti che mostrano come, in realtà, la situazione non sia affatto così bianca o nera come descritta dal web.

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Ti aspetti qualche altra risposta, anche più seria, dagli altri artisti coinvolti? La legge italiana comunque protegge il diritto d’autore.

L’idea che ciò che è stato fatto a Bologna sia illegale è un’idea bizzarra– e non riesco a capire come le persone possano crederlo. Per quanto ne so io, in Italia, come in altre parti del mondo, un artista non può reclamare il copyright di un lavoro che è stato fatto illegalmente e senza il permesso del proprietario del palazzo. Pensiamo a cosa sta succedendo tra Rime contro Jeremy Scott e Moschino. Questo viene di solito definito dagli avvocati come “unclean hands doctrine”. Siamo d’accordo che questa legge risulta problematica e dovrebbe essere ripensata. Questo è il motivo per cui abbiamo deciso di lanciare un dibattito su questa questione. Inoltre, ci sono alcune persone –pensiamo alle dichiarazioni di Wu Ming/Blu –che pensano che prendendo un pezzo dalla strada si diventi necessariamente dei ladri. Questo è molto lontano della verità. Diverse persone agiscono in maniera diversa per ragioni, obiettivi ed intenzioni diverse. Oggi, e fortunatamente sempre più spesso, molte persone agiscono con il desiderio di salvare ciò che considerano come un patrimonio artistico, senza ragioni economiche dietro. So che questo rappresenta un grande cambiamento nel mondo dell’arte urbana –ed è anche un aspetto controverso– e che è difficile da capire per molti artisti. Come dovremmo gestire queste situazioni? Protestare va bene. Purtroppo però la protesta da sola non fornisce delle risposte utili ad alcune domande urgenti che dovremmo affrontare. Dobbiamo restaurare I graffiti e la street art oppure no? E’ meglio mantenere l’opera nel suo contesto originale (anche quando questo è completamente alterato o potrebbe essere distrutto)? Oppure possiamo collocarla in un museo? Quale dovrebbe essere il ruolo delle foto, dei video e della documentazione digitale? Il nostro interesse principale a Bologna – e il fulcro della nostra idea di curatori– non è solo di tipo meramente tecnico: è il desiderio di suggerire quale potrebbe essere il ruolo del museo nel futuro dell’arte urbana. Abbiamo voluto immaginare come dovrebbe essere una bella mostra di arte urbana. Negli ultimi anni, ho visto parecchi progetti museali di graffiti e street art, che trasformavano parole come rivolta, libertà e autonomia in null’altro che strumenti di commercializzazione. Non voglio condannare interamente questi progetti. Alcuni sono stati utili – almeno in parte. Tuttavia, io ho un’idea diversa di come dovrebbero essere le mostre di arte urbana, specialmente se parliamo di artisti che si considerano attivisti e se intendiamo concentrarci sull’anima del movimento anti globalizzazione dell’era pre-google piuttosto che sulle attuali strategie del mercato dell’arte. La mostra a Bologna deve essere compresa alla luce di queste riflessioni. Si tratta di uno dei primi tentativi di mostrare non solo l’arte urbana, ma anche il dissenso che questa forma d’arte esprime nella sua intrinseca natura.

Per info sulla mostra clicca qui…

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